Archives Gennaio 2020

Comprendere i valori nell’ambito lavorativo: Il Portrait Values Questionnaire

Sono diversi gli strumenti che la psicologia del lavoro ha individuato, negli anni, per comprendere al meglio i processi decisionali e le scelte in ambito organizzativo. Attraverso dei questionari appositamente strutturati, è possibile infatti arrivare a definire le priorità dei lavoratori per quel che riguarda la loro performance e la soddisfazione all’interno del gruppo in cui svolgono le proprie mansioni.

I valori personali in ambito lavorativo vengono concettualizzati come dei costrutti ipotetici stabili nell’individuo, rappresentanti di come il lavoro dovrebbe essere rispetto ai propri obiettivi, a ciò che si considera giusto e a quegli elementi che determinano una maggiore attenzione.

Ovviamente sono anche i fattori culturali, specifici per ogni paese, a determinare gli scopi e le preferenze dei lavoratori, rendendo meno stabile un sistema valoriale che rimane quindi dinamico.

Uno dei questionari più famosi è il Portrait Values Questionnaire, sviluppato negli anni ’90 da Schwartz e basato su 10 item: descrizioni brevi che fanno riferimento a diversi bisogni che a loro volta sono basati su 10 tipologie valoriali. I soggetti rispondono dichiarando le similarità percepita su una scala a 6 passi. Questi i 10 valori declinati secondo il modello:

Potere: si conferisce importanza al conseguimento di una carica prestigiosa, all’autorità ottenuta e al proprio status sociale, con uno spiccato interesse per l’acquisizione di risorse e di controllo sugli altri.

Successo: l’interesse maggiore scaturisce per il raggiungimento del successo personale e per la possibilità di dimostrare la propria competenza secondo quelli che sono gli standard dell’ambiente lavorativo.

Piacevolezza: la soddisfazione, il divertimento e la gratificazione sono centrali, e predispongono l’individuo a mantenere il rigore della vita lavorativa isolato rispetto ad ambiti privati.

Stimolazione: sono individui che prediligono la sfida, la novità e l’esplorazione. La loro curiosità spesso genera nuove fonti di interesse nell’ambito lavorativo.

Autonomia: viene attribuita una particolare importanza alla possibilità di svolgere i propri compiti in autonomia, sfruttando la propria creatività e intelligenza.

Universalismo: si assume spesso una posizione tollerante e di protezione verso gli altri colleghi, nel tentativo di preservare l’equità e la serenità nel proprio ambiente.

Benevolenza: l’obiettivo primario è quello di garantire il benessere di tutti coloro con cui si entra in contatto. Si sente la responsabilità di essere onesti e disponibili con tutti.

Tradizione: le abitudini e i modi di pensare consolidati vengono seguiti pedissequamente nel rispetto della cultura aziendale.

Conformismo: comporta l’aderenza rigida alle regole e alle pressioni sociali. Spicca una particolare fedeltà alle indicazioni dei colleghi più anziani, anche in virtù di una rinuncia ai propri desideri.

Sicurezza: si tende a preservare la stabilità e l’ordine, assicurando l’armonia dell’ambiente fisico nello svolgimento delle attività professionali.

Nel 2007, Francesco Avallone ha elaborato una versione italiana del questionario di Schwartz, che prende il nome di Questionario sui Valori Lavorativi.

di Daniele Sasso

Trieste inaugura Cross the city: allenarsi facendo cultura


“Cross the City” è il nome dell’evento organizzato per luglio a Trieste, una soluzione ideata per unire fitness e cultura. Un’idea nata e realizzata dalle giovani startup Street Workoutda Cross Cardio e Jaked.

Il progetto mira a collegare i luoghi storici della città friulana al mondo culturale. Un percorso urbano creato ad “hoc” per la manifestazione. L’idea dell’evento nasce anche dal bisogno di creare maggiore socializzazione tra le persone. Uno stimolo per l’aggregazione ed il benessere. Un appuntamento che arricchirà la mente ed il corpo.

I percorsi di “Cross the City” in programma il prossimo sabato 6 Luglio sono stati creati per un pubblico dai 12 ai 60 anni. Un opportunità per chi vorrà divertirsi ma allo stesso tempo conoscere meglio Trieste. La città offre infatti tanti luoghi storici e affascinanti da scoprire ed esplorare.

Ai partecipanti alla manifestazione “Cross the City” verrà fornito un kit cuffie da utilizzare durante il percorso. Seguiti e guidati da un trainer Cross Cardio, i partecipanti svolgeranno le varie attività  fisiche e potranno scoprire la storia culturale di alcune zone di Trieste.

Uno nuovo modo di coniugare cultura e fitness: fare l’allenamento attraversando i luoghi storici, i monumenti e le piazze della città, imparando a conoscerli grazie ai racconti e alle storie degli istruttori. L’attività fisica a ritmo di musica e le istruzioni dei trainer regaleranno momenti unici e affascinanti ai partecipanti.

L’allenamento “Cross Cardio” è accessibile a tutti. Un’attività fisica di gruppo in cui ogni partecipare potrà scegliere i vari livelli di intensità a seconda delle proprie caratteristiche  fisiche.

Gli esercizi sono stati studiati di per offrire un allenamento completo.  Il programma Cross Cardio prevederà momenti per aumentare la tonicità e la muscolatura. È un’idea che rompe gli allenamenti monotoni. La cultura e la musica saranno invece le vere protagoniste della rassegna. Un appuntamento imperdibile per  gli appassionati di sport che vogliono scoprire la propria città. Il corpo e la mente vanno tutelati e rispettati e “Cross the City” vuole realizzare questa filosofia.

Sergio Cimmino

Distilleria Caffo: l’antica arte della distillazione

Semper ad maiora. Migliorare sempre. Con questa filosofia aziendale la distilleria Caffo è diventata una fra le realtà imprenditoriali più importanti e riconosciute del nostro paese. Un motto che ha accompagnato la Famiglia Caffo durante i 100 anni di attività. Quattro generazioni che portano avanti con passione l’antica arte della distillazione.

La storia della distilleria Caffo, che affonda le sue radici nel lontano 1915, è ben incarnata nel celebre liquore Vecchio amaro del Capo, divenuto ormai simbolo dell’impresa.

In quell’anno mastro Giuseppe Caffo realizzò il suo grande sogno: rilevare una vecchia distilleria siciliana. Dopo aver trascorso un decennio a filtrare la feccia del vino alle pendici dell’Etna e a imparare la produzione dei liquori a base di erbe aromatiche e officinali, Caffo dà vita a un’attività propria. La sua intenzione era quella di trasmettere ai figli la grande passione che nutriva per la distillazione, senza immaginare il successo che avrebbe riscosso tra i signori dell’epoca.

I suoi liquori erano ricavati da antiche ricette e realizzati attraverso uno scrupoloso studio e molte rielaborazioni dei dosaggi di erbe aromatiche, infuse in alcol di pregiata qualità.

Il figlio Sebastiano, dopo aver fatto propri i segreti del mestiere, prende in gestione altre distillerie locali, confermando le abilità paterne e facendo crescere la reputazione dell’azienda in tutta la Sicilia.

Nel 1952 la famiglia Caffo decide di trasferirsi nel “continente” e di acquistare uno stabilimento a Limbadi, in Calabria. L’incontro tra l’arte distillatoria dei Caffo e l’antica Enotria, “terra del vino”, nome con cui i greci chiamavano la Calabria, ha visto nascere il Vecchio amaro del Capo, un liquore preparato con l’uso di 29 erbe, frutti e radici cresciuti sul Monte Poro e Capo Vaticano. Un piccolo liquore che custodisce tutti i sapori e la cultura della Calabria, cresciuto nel tempo fino a diventare un’eccellenza italiana, venduta e amata in tutto il mondo.

Nel2013la Famiglia Caffo ha preso in gestione lo stabilimento dell’industria storica “Liquori Borsci” e ha ripreso la produzione e la vendita dell’ Elisir San Marzano, un liquore apprezzato già nel 1840.

Oggi l’azienda Caffo ha una produzione di tutto rispetto che va dai liquori tipici calabresi, comeil Bergamotto e la Liquirizia, alle grappe tipiche calabresi,passando per quellefriulane, per glisciroppi e le birre artigianali.

Un marchio storico che ha fatto della qualità e del legame con il territorio la sua bandiera.

di Virna Cipriani

Ristorante Dattilo a Strongoli: una cucina da stella Michelin

Immerso in un paesaggio incantevole, il Ristorante e Agriturismo Dattilo è frutto del recupero di un frantoio del 1600 ristrutturato con gusto e raffinatezza.

Il ristorante, nato nel 2003, è situato all’interno di una tenuta costituita dall’azienda agricola Ceraudo e da un piccolo resort in stile rustico..

La tenuta Ceraudo sorge nel cuore di Strongoli Marina, la Petelia degli antichi Greci. Il profondo legame con il territorio è impresso nel nome del ristorante, Dattilo, che nella mitologia greca rappresentava un dio minore.

Antesignana dell’agricoltura biologica in Calabria, la Ceraudo azienda impiega i principi biologici e biodinamici nei suoi uliveti secolari, nei vigneti, negli agrumeti e in tutte le altre coltivazioni.

Per la famiglia Ceraudo la ricerca della migliore qualità ha un ruolo fondamentale e va attuata nel pieno rispetto del territorio.

Del resto il sogno di Roberto Ceraudo, proprietario della tenuta, è quello di ricreare il terreno naturale di 100 anni fa.

I suoi prodotti eccellenti e pluripremiati, tra i quali l’ olio extravergine, i vini tra i migliori della Calabria, i delicati agrumi sono ingredienti di qualità, valorizzati dalle sapienti mani e dall’estro della chef Caterina Ceraudo.

Orgoglio del ristorante, Caterina Ceraudo è la più piccola della famiglia ma vanta già molti prestigiosi riconoscimenti, tra i quali il premio speciale Michelin Donna chef 2017.

La sua è una cucina genuina, leggera ed elegante che mira, attraverso un talento culinario straordinario, una tecnica affinata ed enorme passione, a mostrare il sud in una versione più moderna.

Sessanta ettari di paradiso bio, avvolti da una natura aspra e incontaminata, nella tenuta Ceraudo si respira la Calabria più autentica, quella ricca di storia e di amore per la propria terra.

di Virna Cipriani

Foto tratta da dattilo.it

Pepsi vs Coca-Cola: come il neuromarketing spiega che la comunicazione vince sul gusto

Tra le battaglie più serrate, nel mondo del commercio, quella tra Coca-Cola e Pepsi è sicuramente annoverata tra le più memorabili. Nel corso degli anni e ancora oggi, le due società produttrici di bibite gassate le hanno escogitate tutte per cercare di predominare sul proprio diretto avversario.

Spot mirati a destabilizzare la concorrenza e campagne pubblicitarie da milioni di dollari sono solo alcuni dei mezzi, infatti, che Pepsi e Coca-Cola hanno adottato per portare il pubblico dalla propria parte.

Nel 1975, un esperimento condotto dalla Pepsi Cola Company portò la sfida su un altro livello. La Pepsi Challenge prevedeva che venissero offerti a degli intervistati, in centinaia di centri commerciali, sia un bicchiere di Coca Cola che uno di Pepsi, senza che venisse dichiarato il contenuto dei due bicchieri.

I risultati dell’esperimento furono chiari: le persone preferivano la Pepsi. Un esito a dir poco clamoroso, tenendo conto della fetta di mercato doppia detenuta da Coca-Cola, che però non aveva influenza sull’andamento del mercato.

Fu solo nel 2003, però, che attraverso uno studio di neuromarketing si arrivò alla verità che stava dietro quella scelta. Perché, nonostante alla semplice percezione la maggior parte delle persone preferisse la Pepsi, Coca-Cola continuava a dominare nelle vendite?

Read Montague, direttore dello Human Neuroimaging Lab del Baylor College of Medicine a Houston, chiese a due gruppi di soggetti di effettuare la fatidica scelta tra Coca-Cola e Pepsi, replicando il Pepsi challenge con qualche piccola modifica.

Uno dei due gruppi era a conoscenza del contenuto dei due bicchieri, mentre l’altro ne era totalmente ignaro. Inoltre, tutti i soggetti erano collegati ad un macchinario, l’fMRI (risonanza magnetica funzionale), in grado di verificare l’attivazione delle diverse aree cerebrali al momento dell’assunzione.

I soggetti che non erano a conoscenza del contenuto mostravano, come nel 1975, una preferenza netta per la Pepsi. L’fMRI mostrava inoltre un’attivazione sostenuta, nel bere un sorso di Pepsi, di un’area sottocorticale chiamata putamen ventrale, coinvolta nella sensazione che si prova quando si trova un gusto piacevole.

Le persone che invece erano state informate su quello che stavano bevendo, però, preferivano la Coca-Cola. In questo caso l’attivazione riscontrata era duplice: oltre al putamen ventrale, era molto attiva la corteccia prefrontale mediale, coinvolta in pensieri di ordine superiore e utile nel gestire le contraddizioni nella nostra analisi della realtà.

La contrapposizione tra la sensazione pura di piacere più intensa nella Pepsi (putamen) e l’elaborazione delle emozioni legate alla Coca-Cola (corteccia prefrontale mediale), permetteva al cervello dei soggetti di far prevalere le emozioni sulla percezione, favorendo così il marchio che occupava un posto più importante nella loro vita passata.

La dimostrazione chiariva finalmente quale fosse il vantaggio di Coca-Cola sugli altri competitors: non era il gusto a fornire il vantaggio maggiore, ma il potere del brand.

Con gli anni, quel marchio era stato associato dai consumatori ai momenti in famiglia, alle cene con gli amici ed altri momenti felici che ne avevano segnato un legame affettivo indissolubile, oltre che alla enorme mole di pubblicità a cui erano stati sottoposti.

di Daniele Sasso

Il Neuromarketing: la nuova frontiera della pubblicità basata sulle neuroscienze

Chiunque lavori nell’ambito pubblicitario, o sia semplicemente intenzionato a vendere efficacemente un prodotto, si sarà misurato con l’impossibilità, a seguito dell’investimento in spot o volantini che siano, di conoscere esattamente l’impatto di tale sforzo economico sull’andamento di una azienda.

“Io so che metà dei soldi che spendo in pubblicità sono buttati, ma non so quale sia quella metà” – John Wanamaker

Anche le scienze hanno cominciato, col passare del tempo, a interessarsi del marketing, favorendo le società attraverso questionari e analisi statistiche sempre più raffinate, ricercando una ratio che fosse in grado di spiegare cosa spinge un consumatore ad effettuare un acquisto.

La verità, però, è che la vera conoscenza del pensiero di chi compra è difficilmente rintracciabile al di fuori della mente. L’idea dell’uomo come decisore razionale, in grado di valutare costi e benefici in maniera asettica, è stata superata ormai da tempo nei campi della psicologia come dell’economia.

È per questo che una nuova disciplina ha trovato fortuna nelle speranze dei fornitori. Per neuromarketing, infatti, si intende una branca della neuroeconomia in grado di indagare il decision-making nell’acquisto da parte dell’essere umano, valutandone gli indici oggettivi.

Questi vanno dalla misurazione fisiologica (come la dilatazione pupillare, il battito cardiaco) a quella cerebrale (attraverso l’utilizzo di tecniche come l’elettroencefalogramma) e permettono di quantificare, in base alle evidenze neuroscientifiche, ciò che proviamo davanti ad un brand, un prodotto o una pagina web.

Il neuromarketing mette insieme informazioni derivanti da diversi ambiti, tra i quali ovviamente il marketing puro, la neurobiologia e la psicologia, cercando di tirare le somme di quella che è la percezione del consumatore.

Sicuramente una marcia in più rispetto ad un semplice questionario, il quale non permette di comprendere effettivamente se le risposte date dal soggetto siano totalmente affidabili; questo a causa della possibilità di mentire deliberatamente, o della semplice desiderabilità sociale che spinge un individuo a rispondere come ci si aspetterebbe.

Indagando direttamente la mente ed il corpo, è possibile invece andare oltre l’apparenza, avvicinandosi maggiormente all’inconscio, e arrivando a comprendere con maggiore accuratezza le scelte di chi compra dettate da un’interazione tra la cognizione e le proprie emozioni.

Il potere di questa tipologia di ricerca, ovviamente, non riguarda solo la pubblicità. Attraverso le tecniche tipiche del neuromarketing si può scoprire tanto sulla comunicazione da tutti i punti di vista, compreso quello politico.

Anche il neuromarketing, in ogni caso, presenta alcuni limiti e controindicazioni. Quello principale sta nel fatto che la comprensione del cervello umano è ancora lontana dal definire certezze assolute, e che quindi i risultati vanno sempre intesi con una certa cautela.

Dal punto di vista etico, invece, bisogna sottolineare come ci sia una differenza non da poco nel favorire il benessere del cliente, cercando di creare prodotti più adatti e più piacevoli di cui usufruire, e la possibilità che i dati sperimentali vengano utilizzati come uno specchietto per le allodole.

Evitare un’eccessiva semplificazione nell’interpretazione dei dati, infatti, è una problematica spesso riscontrabile anche in ambiti della ricerca più canonici.

di Daniele Sasso

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